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Fondazione Familiare Giorgio La Pira
«Abbattere ovunque i muri e costruire ovunque i ponti... questa è la sola inevitabile prospettiva politica dell'età spaziale e atomica»

Scritti e testimonianze

Una selezione di scritti, chiaramente funzionale alla conoscenza degli anni siciliani di Giorgio La Pira

 


 

IL POETA E IL SANTO

Quasimodo e La Pira: due vocazioni eccentriche, due grandi esponenti della cultura meridionale. Un progetto di poesia la vicenda quasimodiana, un progetto di santità la vicenda lapiriana. Il Poeta e il Santo: due vite parallele nella più piena accezione plutarchiana. La similitudine non sembri peregrina: Quasimodo il greco, l'intellettuale mediterraneo che trasfigura la propria sicilianità a contatto con i miti e con l'humus della civiltà classica; La Pira il romano, che recupera tradizione e magistero della Chiesa cattolica attraverso la lezione del tomismo e del misticismo medievale. Ma che si tratti di due autentiche vite parallele lo si desume anche dalle precise coincidenze dei dati biografici. Innanzi tutto entrambi hanno i loro natali nell'area iblea agli inizi del XX secolo: Quasimodo a Modica il 20 agosto 1901, La Pira a Pozzallo il 9 gennaio 1904. La comune appartenenza al contesto sociogeografico della ex-contea di Modica pone subito alcuni problemi interpretativi e di periodizzazione su cui sarà utile soffermarsi. Entrambi si ritrovano poi a Messina alla vigilia della prima guerra mondiale per proseguire e maturare insieme la formazione politica ed intellettuale: anche sul significato di tale esperienza conviene prestare attenzione critica. In terzo luogo i due continuano la diaspora degli intellettuali meridionali nell'Italia settentrionale. Firenze li accomuna ancora: Quasimodo troverà notorietà nazionale su Solaria, la rivista ermetica del gruppo fiorentino Montale-Bonsanti-Loria; La Pira sperimenterà nella città toscana tanto il suo ruolo di "sindaco della povera gente" (con le famose iniziative sulle case operaie, sulla ristrutturazione della fabbrica Pignone), quanto la sua identità di profeta di pace nel mondo (colloqui mediterranei, convegni internazionali per la pace, incontri con i sindaci delle città-capitali).
Accanto alle coincidenze biografiche "esterne", infine, occorre valutare la fortissima consonanza interiore, che specialmente negli anni '20 si configura come un'assidua e complessa ricerca di una dimensione religiosa, mai definitivamente risolta in Quasimodo, ma neppure priva di contraddizioni e di oscuri pessimismi nello stesso La Pira. [………] Nella città dello Stretto Quasimodo e La Pira vivono intensamente la loro prima formazione culturale e politica nel segno dell'avanguardismo letterario e dell'intransigenza antiparlamentare: si tratta di una stagione breve ma assai importante, che ci restituisce un'immagine di questi grandi intellettuali in fieri completamente diversa dagli stereotipi agiografici. Nei suoi ricordi autobiografici, Salvatore Pugliatti annota: "Si parlava di letteratura, di poesia, di politica. Da ragazzi quali eravamo. Quasimodo (divenne Quasimodo quando si trasferì in continente) e i suoi compagni di classe, quelli che erano in regola coi corsi, 16 anni; io ne avevo 14; il più piccolo era Giorgio La Pira tredicenne.
Leggevamo Dante, Platone, la Bibbia, T.Moro e Campanella, Erasmo da Rotterdam, gli scrittori russi (specialmente Dostoievskij, ma ci incantavano Andreyev e M. Gorki con i suoi romanzi sociali). Leggevamo Baudelaire, il primo Mallarmè, Verlaine, che a poco a poco divennero i nostri numi". Sono soprattutto i docenti dell'istituto tecnico "Jaci" con un costante rapporto anche extrascolastico, a mediare questi caotici approcci letterari, a dare una prima sistemazione concettuale a un così vasto ed eterogeneo crogiuolo di letture: Clemente Valacca, Francesco Satullo, Federico Rampolla costituivano un corpo insegnante di alto livello intellettuale.
A dare un indelebile suggello spiritualista ai "tre ragionieri" di Messina sarebbe stato in primo luogo Federico Rampolla, nipote del cardinale Rampolla del Tindaro e splendida figura di gattopardo patrizio, non credente ma amico del prete blondeliano Onofrio Trippodo, che a Palermo avrebbe accolto più tardi il giovane La Pira in crisi mistica. Antipositivista, nazionalista in politica, autore tra l'altro di un saggio sulla poetica pascoliana e di un'inedita Filosofia dell'arte, Federico Rampolla doveva riciclare Pugliatti Quasimodo e La Pira dagli studi tecnici alla cultura umanistica, in una triplice direzione: verso la filosofia, con una marcata opzione per il pessimismo di Shopenauer e per il superomismo di Nietzsche; verso la letteratura, con preferenza per i simbolisti francesi, i populisti russi e il decadentismo italiano; verso le lettere classiche, con un corso accelerato di latino e greco per La Pira, mentre Quasimodo avrebbe intrapreso uno studio più sistematico della filologia classica nel 1923 a Roma presso monsignor Rampolla, fratello di Federico.
Nel clima infuocato della "grande guerra" la giovanile brigata messinese sperimenta furori letterari in chiave dannunziana e futurista. Il 1916 e l'anno di fondazione della società letteraria Peloro, nel 1917 vede la luce un nuovo giornale letterario con sede nella casa del poeta Francesco Carrozza e poi in quella di Quasimodo, nel 1920 si colloca infine la partecipazione al periodico palermitano La Nave. In quest'ambiente elettrizzato dalle "serate futuriste" se Quasimodo matura la sua prima stagione poetica, La Pira non e' ancora approdato ad alcun interesse religioso ma, dannunziano come il maestro, scioglie canti di guerra ad Anarchia e a Violenza, esprime stati d'animo immanentistici, dichiara di credere soltanto nella religione della poesia.
Con toni surreali e stilemi dannunziani nel giugno 1920 egli pubblica la novella La luna ha un cerchio di vapori rossi, e tuttavia non può esimersi dal fare omaggio al "grande vecchio" ancora vivente: "D'Annunzio racchiude in se - scrive su La Nave - tutto il fenomeno letterario dell'epoca moderna. Egli ne e' la causa prima futurismo, avanguardismo e modernismo non vengono che da lui; chi, fuori di lui, si afferma, non ha che un nome: Verga" . Ma tra gli opposti idealtipi verista e decadentista, e' a quest'ultimo che vanno le preferenze di La Pira, anche perché al di là della letteratura l'adesione al modello umano dannunziano ha esplicite motivazioni politiche. Nel dopoguerra La Pira e' attratto dagli slogans nazionalistici sulla "vittoria mutilata", s'infiamma per l'impresa di Fiume, s'immerge nel sogno dannunziano di "giovinezza sociale", e nel 1922 diventa fascista fino a commentare con accenti trionfalistici la marcia su Roma dalle colonne del quotidiano "L'Eco di Messina e delle Calabrie" (18).Se La Pira si accende di simpatie filofasciste, Quasimodo e Pugliatti sembrano invece stare sull'altra sponda, seguendo un itinerario ideologico che pur partendo dalle medesime fonti culturali mostrerebbe di approdare al socialismo. La testimonianza più viva e' ancora quella di Pugliatti: "Sempre in quegli anni affamati di letture ci passavamo i libri di Bakunin e di Stirner, di Marx, di Engels, di Lassalle, ma anche di Shopenauer e Nietzsche. Finché un giorno, presi i contatti con la Camera del Lavoro, dove dominava la figura di Francesco Lo Sardo, costituimmo il Fascio giovanile socialista; segretario Eugenio Savasta Fiore, componenti: Salvatore Quasimodo, io, Raneri, Denti e altri [...] Il gruppo era assai battagliero [...] Ma poi il Fascio giovanile, che era diventato numeroso, fu sciolto, e noi ci disperdemmo"

(Tratto da GIUSEPPE BARONE, Il Poeta e il Santo, (suppl. al n. 2-3, luglio-agosto 1985 del bimestr. “Pagine dal Sud”) ed. Centro Studi “E Rossitto” Ragusa).

 

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