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Fondazione Familiare Giorgio La Pira
«Abbattere ovunque i muri e costruire ovunque i ponti... questa è la sola inevitabile prospettiva politica dell'età spaziale e atomica»

Biografia di Giorgio La Pira

Siccome nulla avviene a caso - così asseriva Giorgio La Pira - non è casuale che questo “uomo della speranza in più” sia nato a Pozzallo, sulle sponde del prodigioso mare che custodisce tante odissee. “Con gesti, atti e insegnamenti costanti, ammonì l’ Europa che non poteva chiudersi nelle sue frontiere, ma doveva guardare all’altra sponda mediterranea con l’animo aperto, oltre che agli impulsi e ai fermenti delle tre religioni bibliche, anche ai popoli delle aree afro-asiatiche che si affacciano su quel lago, per riuscire pacificamente a integrarne le esigenze e gli interessi vitali, con civile,intelligente e fattiva solidarietà” (G.Dossetti).

 

Profilo Biografico

Giorgio La Pira, ritratto del pittore pozzallese Piero RoccasalvoGiorgio La Pira nasce il 9 gennaio 1904 a Pozzallo, sulle rive mediterranee della Sicilia, che guardano a Malta, al Medio Oriente e all'Africa e che fisicamente sembrano quasi preannunziare il suo impegno per la pace nel nome dell'unica famiglia di Abramo. A dieci anni raggiunge Messina per proseguire negli studi, ospite di parenti. A venti anni, già nel pieno degli studi universitari di giurisprudenza, al culmine di una adolescenza, tra ricerca analitica e immaginazione poetica, nella Pasqua dei 1924, è preso da un evento di Grazia, rimasto irreversibile e crescente, e consacra a Cristo la propria vita. Sono gli anni del sodalizio spirituale, culturale, e anche giornalistico, con giovani intelligenze allo "stato nascente": Salvatore Quasimodo poeta, Salvatore Pugliatti giurista, Guido Ghersi filosofo. Si laurea in giurisprudenza a Firenze, avendo seguito in quella sede il maestro Emilio Betti, e nel breve arco di tempo, tra il 1926 e i primi anni Trenta, riveste incarichi di docenza e produce notevoli contributi di scienza giuridica fino a giungere, nel 1934, all'ordinariato di Istituzioni di Diritto Romano. La "forma mentis" del giurista è sempre riconoscibile anche nella sua sintassi politica, sociale e religiosa e ben si armonizza con la sua attitudine di contemplativo aperto all'azione.
L'approdo a Firenze, pur nel lacerante distacco dagli amici di Messina, è senza ritorno e senza ripensamenti, pur rimanendo in profonda comunione con loro e non sottraendosi alle occasioni di incontro e di scambio. Tale approdo, come un indissolubile "matrimonio d'amore", segna un misterioso abbraccio che rende La Pira "più fiorentino" degli stessi nativi In rappresentanza di questa Città, egli davvero si apre al mondo nel segno dell'umanesimo cristiano, della conciliazione e della pace.
Giungono intanto in lui allarme e sgomento per le mitologie del fascismo, specie dopo le leggi razziali dei 1938 e col consolidarsi dei pernicioso "asse" tra HitIer e Mussolini. Avvia così, con alcuni amici, una iniziativa di "resistenza cattolica", semiclandestina, con la rivista Principi (1939) nella quale mensilmente raccoglie riflessioni cristiane e testi di pensatori classici e contemporanei chiaramente in contrasto con le idee fasciste e naziste. Ciò determina, nel febbraio del 1940, la soppressione della rivista da parte dei regime, proprio col fascicolo dedicato alla libertà.
Le dolorose vicende affinano l'attenzione di La Pira sulle fasi della crisi italiana ed europea, mentre è già in atto la follia della guerra. Nella tormenta scrive pagine che preparano alla politica e all'esercizio della libertà congiunta alla giustizia, nell'ansia di veder finalmente uscire il Paese dal tragico biennio 1943‑45. Né si distoglie dalla vita di preghiera e di partecipazione eucaristica, dalla solerzia solidale verso i poveri coi quali familiarizza alla "Messa del povero" intorno al "pane di vita", suscitando condivisione, accoglienza ed amicizia.

Litorale di PozzalloEletto nel 1946 alla Costituente, è tra i più apprezzati estensori della Carta costituzionale. A chiusura dei lavori, nel dicembre 1947, propone all'Assemblea che il testo possa aprirsi "Nel nome di Dio", ma rileva nel dibattito un certo disagio tra i colleghi non credenti che pur dichiarano ammirazione e rispetto nei suoi confronti, e perciò ritira, con nobile gesto, la proposta che solo l'unanime consenso avrebbe reso significativa. Perciò si può dire che La Pira ottiene una stima "sostanziale" al posto di una probabile, e forse risicata, tolleranza "formale". In quell'Assemblea, peraltro, nel marzo dello stesso anno, aveva avuto modo di sfatare l'equivocità del termine laico da taluni attribuito allo Stato democratico: "Stato laico non significa nulla: è una contraddizione in termini: si tratta di una di quelle proposte incontrollate di cui l'800 fu così ricco". E infatti lo Stato ospita e tutela persone umane viventi che hanno, fra l'altro, orientazioni culturali e religiose di ogni tipo e che come tali vanno fatte rispettare. E' una sterile deprivazione chiamare Stato laico il contenitore di tante fedi e di tante libere testimonianze di verità. Se ci fosse stato uno "Stato laico", quello sì, sarebbe, paradossalmente, "confessionale". Lo Stato moderno non dev'essere, perciò, né laico né confessionale, ma pluralistico e democratico, regolatore di liberi rapporti tra tutti.
Giorgio La Pira è poi deputato al Parlamento nel 1948 e sottosegretario al Ministero del lavoro, in un governo di Alcide De Gasperi. Da questa esperienza preziosa nasce, tra l'altro, il suo saggio, cristiano e keynesiano insieme, ''L'attesa della povera gente" (1950), motivo di polemiche, ma anche di radicale meditazione sul valore della espressività lavorativa della persona umana.
Eletto nel 1951 Sindaco di Firenze, invitato poi a scegliere tra la carica di sindaco e quella di deputato, dichiara: "Scelgo Firenze, perla del mondo" e aggiunge, con qualche polemica, di scuotere la polvere dei calzari. Governa quindi la città dal 1951 al 1957, e poi dal 1961 al 1965, e la sua figura di sindaco assurge a un livello di singolarità inquietante ma, in effetti, di forte significato innovativo, per alcuni eccessivo o improprio, per altri ricco di esemplare e tempestiva creatività.
Nel "carisma" di Firenze, La Pira vede una speciale piattaforma di "politica estera", per il dialogo tra i popoli e le culture. Nei cinque "Convegni internazionali per la pace e la civiltà cristiana" (19521956) emerge il proposito di una intesa culturale e pre‑politica tra le nazioni sui valori della pace e della interdipendenza degli stati. Occorre uscire dal clima di "guerra fredda", che è minaccia di guerra atomica, per proclamare la "inevitabilità della pace". Non meno forte è la richiesta di una quotidiana "politica interna": il sindaco ‑ spiega La Pira ‑ è "il capo e in certo modo il padre ed il responsabile della comune famiglia cittadina". Questa asserzione, in apparenza "paternalistica", è confermata, oggi, dalla elezione diretta del sindaco. Il "primo cittadino" ha una funzione‑radar, da vero recettore delle attese della comunità. Vigorosa è, pertanto, l'azione ordinaria di un tal sindaco, né si ferma la sua inventiva, anche se deve assumere decisioni che fanno "scandalo": La Pira "sequestra" case e ville vuote per ospitarvi gli sfrattati; interviene presso gli imprenditori per evitare licenziamenti rovinosi, come nel caso della "Pignone" e di altre aziende; si fa, insomma, difensore, non a parole, della "povera gente" patrocinando interventi eccezionali, in sostanziale raccordo con le leggi, nello spirito della Costituzione.
Il "Sindaco della pace", nel 1955, convoca un "Convegno dei sindaci delle capitali": si ritrovano accanto i sindaci di New York, di Mosca, di Pechino, di Parigi, e delle altre capitali di fronte a un tema‑messaggio, chiaro e impegnativo: Le città come continuità storica e patrimonio comune ‑ religioso, culturale, sociale, economico ‑ di tutti i popoli della terra: un patrimonio che le generazioni presenti hanno ricevuto in eredità dalle generazioni passate perché venga trasmesso ‑ non diminuito o dilapidato, ma accresciuto ‑ alle generazioni future". Se ne ricava una imbattibile sociologia delle città: rivendicare al cospetto delle dirigenze politiche del mondo l'invulnerabilità delle città, piccole e grandi; considerare la guerra assurda e in contrasto con l'essere delle città; non perder mai di vista l'esistenza del "rapporto organico tra la città e la persona umana".
Nei quattro "Colloqui mediterranei poi, tra il 1958 e il 1964, pensatori e protagonisti di grande prestigio, tra i quali il poeta Léopold L. Senghor, Presidente della Repubblica del Senegal, pongono al centro dei progetto di pace la ricerca della giustizia sociale, i diritti vitali della persona, l'eliminazione radicale della mentalità colonialistica e servile: "La rivoluzione africana, dice Senghor, ha per fondamento essenziale la liberazione dell'uomo raggiungendo, così, una delle realizzazioni fondamentali dell'umanesimo mediterraneo". Nell'ambito dei "Colloqui", si registra anche la spinosa presa di coscienza della situazione nevrotica e senza pace, nel Medio Oriente, tra Israele e Palestina. Si medita sulla risorsa della fede nell'unico Dio della famiglia di Abramo, per riscoprirvi la possibilità della pace: se questa non fiorisce in Terra Santa ‑ pensa La Pira ‑, tra ebrei, cristiani e musulmani, in quale altra area dei mondo potrà mai darsi garanzia più alta a favore della cooperazione e della pace?
Nel 1965, primo eletto tra i candidati al Consiglio Comunale, La Pira non accetta di esser confermato nella carica di Sindaco, non condividendo il basso livello (che definisce "comico") delle trattative condotte dai partiti. Dismesso l'abito di "primo cittadino", si ritrova qual è, "cittadino del mondo", in cammino tra Occidente ed Oriente, per continuare a svolgere le "tesi di Firenze" che meritano di essere ascoltate là dove la crisi invoca la pace. Si apre così il decennio più denso dei suoi "viaggi di pace" anche come presidente della Federazione Mondiale delle Città Unite, con corrispondenze, visite, convegni, tavole rotonde Est‑Ovest.
Sul finire del 1965, è all'apice il suo appassionato interessamento alla pace nel Vietnam, sino a viaggiare verso Hanoi e ad ottenere, nei colloqui tra l'8 e l'11 i novembre, la disponibilità dei presidente Ho Chi Minh a negoziare la soluzione dei conflitto, senza più porre la condizione preliminare del ritiro delle truppe americane dal Vietnam. Ma gli USA disattendono la mirabile ‑ per essi "ingenua" ‑ mediazione, e continuano per altri sette dolorosi anni di guerra e di morte, sino al loro fallimento finale.
Nel 1968, l'onda mondiale della contestazione studentesca è raffigurata da La Pira come "migrazione degli uccelli da un continente all'altro quando la stagione è mutata". Contro il diffuso allarmismo, egli riconosce la validità e la straordinarietà dell'intuizione giovanile mondiale nel pretendere coerenza dai responsabili politici, nell'auspicare l’immaginazione al potere", come avvento di verità sociale, di giustizia e di pace, nel respingere perciò la fame, la guerra, l'analfabetismo, l'ignoranza, il razzismo, il colonialismo. Tutto ciò, per La Pira, ha un senso storico ineluttabile, che occorre però salvare dal "vitello d'oro`, cioè dalla minaccia del mito e dell'esaltazione faziosa e irrazionale. Si conferma lo spirito con cui egli stesso da tempo sollecita una universale "obiezione di coscienza", per il disarmo atomico e totale, per una rigenerazione della civiltà inquinata.
Come si è detto, La Pira fa del suo ultimo decennio un crescendo di seminagione di pace, non solo fra le critiche dei Sancho Panza, ma con la stima e l'ammirazione popolare ‑ oltre che dei Papi, da Pio XII a Paolo VI ‑ e di tanti reggitori di Stato e protagonisti della politica mondiale, che spesso, come ricorda il suo amico Amintore Fanfani, "condivisero le sue preoccupazioni e appoggiarono le sue iniziative", da Ben Gurion a Sadat, da De Gaulle a Krusciev, da Nasser a Burghiba.
Ancora nel 1976, nel clima di depressione che colpisce il Paese, tra terrorismo e diffusa corruzione dei politici, Giorgio La Pira accetta la candidatura e torna alla Camera dei Deputati, desiderando contribuire a rimettere nel circolo i valori della libertà e della liberazione e ridare forza applicativa ai ''principi'' personalistici della Costituzione. Nei mesi seguenti, la sua salute declina e il 5 novembre 1977 la morte incontra il credente nel Cristo Risorto che trasforma e salva l'intera storia del mondo.
A chiusura, si può prendere, come reliquia, una frase del suo discorso a Berlino, nel 1969, al Consiglio Mondiale della Pace: "Abbattere ovunque i muri e costruire ovunque i ponti... questa è la sola inevitabile prospettiva politica dell'età spaziale e atomica".

Angelo Scivoletto
Ordinario di Sociologia
Università degli studi di Parma

 

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